Socialdemocrazia ed eurocomunismo

Inauguro questa categoria riportando una breve intervista di uno che di socialdemocrazia qualcosa ne capiva: Olof Palme.
Si tratta di considerazioni su socialdemocrazia ed “eurocomunismo” italiano, rilasciate in un intervista del 1977 (in Libro-intervista O.Palme, Med egna ord, Uppsala, Bromberg, 1977, pp. 117-118), ma che oggi fanno riflettere e fanno si che gli sia riconosciuta una straordinaria visione futuristica.

E’ mia abitudine dire, a coloro che ne esagerano la portata, che l’eurocomunismo è poca cosa se paragonato all’eurosocialismo. E’ l’eurosocialismo,infatti, la principale forza di sinistra in europa.L’eurocomunismo esiste in senso stretto in un solo paese, l’Italia. In qualche misura esiste anche in altri paesi dove i comunisti sono relativamente forti: la Finlandia, la Francia, l’Islanda. Ma per il resto si tratta di piccoli partiti. L’evoluzione del partito italiano è tale che si può guardare all’eurocomunismo come a un fenomeno sostanzialmente positivo. L’isolamento imposto dallo stalinismo ha prodotto un ghetto stalinista, con il risultato che a buona parte della classe operaia europea non è stato possibile esercitare una qualche influenza politica. Quello che della classe operaia esisteva al di fuori del partito comunista è stato ridotto a un fenomeno non in grado di impensierire i vari governi di destra che là si sono succeduti, non riuscendo mai a costituirsi in forza autonoma. Se il partito comunista vuole uscirne – il che richiede un alto prezzo, perché implica la rinuncia ad alcuni capisaldi ideologici – ciò è positivo. Significa che la classe operaia dell’europa meridionale aderisce al processo della democrazia politica e può esercitare un influsso maggiore che in passato. La domanda successiva è: le intenzioni sono serie? Non lo sappiamo, lo scopriremo. Non vi è motivo di affermare, come fanno tutte le forze conservatrici, che si tratta di un trucco, e che gli strepiti di Mosca rientrano nella messinscena. All’altro estremo ci sono quelli che dicono: alleluia!, ora sono socialdemocratici in tutto e per tutto. Questo solo l’esperienza potrà dimostrarlo; nondimeno sembra che il partito comunista italiano abbia compiuto molta strada, e che, arrivato a questo punto, troverebbe enormemente complicato tornare indietro. Del resto, si tratta di un processo in corso fin dai tempi di Togliatti e le cui premesse sono contenute nella teoria gramsciana dell’egemonia. Così la risposta alla domanda è: ogni mese il partito comunista italiano si brucia qualche vascello alle spalle, il che impedisce un’eventuale retromarcia. Dal nostro punto di vista si può ben dire che al momento i comunisti italiani si collocano un po’ più a destra della socialdemocrazia svedese, per il profilo che assumono con la loro ferma presa di posizione a favore di una politica di “legge e ordine” e la loro volontà di collaborare con la borghesia per difendere lo status quo“.

Credo che sia un’analisi ancora valida a più di trent’anni di distanza, applicabile agli eredi di quel partito.
Aveva ragione a nutrire dubbi sulla reale volontà e capacità di approdare ad una svolta socialdemocratica; quell’approdo alla socialdemocrazia non c’è mai stato!
L’intervista di Palme è del 1977, antecedente all’uccisione di Moro. Pur non conoscendo quel fatto che ha segnato, a mio avviso, il destino dell’Italia e della politica Italiana, aveva intuito le difficoltà che in Italia ci sarebbero state verso la svolta socialdemocratica. La morte di Moro in realtà ha bloccato l’Italia a quell’anno sia dal punto di vista politico che sociale.
Da allora la parola d’ordine è stata conservazione dello status quo… realizzatosi con continui finti cambiamenti che in realtà non dovevano cambiare nulla; e da osservatore più o meno attento di quello che accade in questi giorni, ho la netta sensazione che si stia procedendo lungo quel solco! Cambiare tutto perché tutto resti com’è!
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